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Dal 15 al 17 maggio ritorna l’appuntamento con Pint of Science, la manifestazione nella quale si parla di scienza davanti a una bella birra!

Nata nel maggio 2013 grazie all’iniziativa di due ricercatori dell’Imperial College of London, Michael Motskin e Praveen Paul, Pint of Science si è diffusa gradualmente negli altri paesi ed è oggi uno degli appuntamenti internazionali più noti nel mondo della divulgazione scientifica.

Anche in Italia ovviamente molti ricercatori non si sono fatti scappare l’opportunità di parlare del loro lavoro e Pint of Science si terrà quindi anche in 18 città italiane.

L’associazione Chimicare ha intervistato la dottoressa Ilaria Zanardi, biologa all’Istituto di Biofisica del CNR di Genova e coordinatrice nazionale del progetto, che con grande gentilezza ha risposto alle nostre domande!

  • Ciao Ilaria, grazie per la tua disponibilità! Gestire un progetto come Pint of Science deve sicuramente richiedere un grande sforzo, quante persone sono coinvolte in questo progetto?

Eh sì guarda, siamo davvero tanti! Quest’anno siamo presenti in 18 città e abbiamo calcolato di essere 150 volontari impegnati in questa sfida! Abbiamo un direttivo nazionale a cui afferisce un coordinatore locale per ogni città, che funziona da tramite con i comitati locali che organizzano gli eventi.

  • Siete tutti scienziati o ci sono anche persone con formazione diversa?

Sì siamo per lo più scienziati, c’è qualcuno che lavora nella comunicazione ma che comunque prima ha fatto scienza, per cui possiamo affermare che Pint of Science è un festival dei ricercatori organizzato dai ricercatori. Ha proprio un taglio diverso rispetto ad altri festival, dato che i team sono composti da persone che fanno il dottorato, sono ricercatori o anche professori universitari e quindi fanno anche da comitato scientifico, controllando l’attività di ricerca dei loro speaker e la loro capacità di parlare in pubblico, in modo che ci sia un controllo sulla qualità dei contenuti proposti!

  • Com’è nata l’idea di Pint of Science?

L’idea iniziale è stata di due ricercatori dell’Imperial College di Londra, che nel 2012 avevano pensato di portare i malati nel loro istituto per mostrare la ricerca che veniva condotta. L’idea ebbe un grande successo, ma i due scienziati si resero conto che non potevano ospitare nell’istituto più di un numero limitato di persone. Per questo l’anno successivo pensarono di fare il contrario, cioè portare la ricerca fuori dall’università, organizzando degli incontri informali e “familiari” in un posto in cui tutti si sentissero a proprio agio, come se fosse una seconda il casa: cioè nei pub! Con una birra in mano, gli scienziati spiegavano cosa facevano in laboratorio alle persone che erano interessate o incuriosite e rispondevano alle loro domande. È un po’ come nei caffè scientifici, che però sono più formali e un po’ d’élite, mentre in questo caso si voleva una comunicazione divertente, rilassata, anche quando si parla di argomenti magari complicati. Infatti non si parla di scienza in generale, ma di ciò che si fa quotidianamente nelle università e nei centri di ricerca, raccontando la scienza di prima mano.

  • Com’è andata nelle edizioni precedenti? Avete raggiunto dei buoni risultati?

Il primo anno è stato un po’ un salto nel buio, perché non sapevamo come sarebbe stata accolta l’iniziativa dal pubblico, ma alla fine siamo stati travolti dall’entusiasmo di tutte le persone che hanno partecipato! L’anno scorso abbiamo ripetuto l’esperimento allargandoci in più città italiane e sempre con ottenendo ottimi risultati, per cui quest’anno speriamo di continuare ad avere lo stesso successo! La cosa che ci piace tanto è che abbiamo un pubblico estremamente variegato, dalla persona appassionata di scienza – che quindi sa già qualcosa di quello di cui stiamo parlando – al curioso che non sapeva nemmeno dell’evento ma rimane comunque ad ascoltare e a fare domande!

  • Perché credete che sia così importante portare avanti questo progetto? Quale credete sia il modo migliore per comunicare la scienza anche quando si parla di argomenti “spinosi”?

Bisogna cercare di portarla in mezzo alla gente, perché la scienza deve essere “respirata” come un patrimonio di tutti. Nessuno infatti fa ricerca per se stesso, si fa ricerca per risolvere un problema o per portare innovazione, la ricerca che rimane chiusa nel suo castello e non viene divulgata diventa invece un po’ fine a se stessa. Lo scopo quindi è togliere l’idea che i ricercatori facciano cose misteriose per chissà quale motivo, far capire che si fa ricerca per un motivo preciso, che spesso è trovare la soluzione a un problema che tutti hanno. Questa potrebbe essere anche la causa della grande ignoranza a livello scientifico, cioè non solo che la gente non è informata ma anche che si fa fatica ad informare: bisogna spiegare al ricercatore che parlare in maniera scientifica non vuol dire banalizzare le cose e che anche gli argomenti più complessi vanno diffusi in modo che almeno tutti ne capiscano l’importanza.

Noi non sappiamo se la nostra strategia è giusta, ma pensiamo che sia già un successo se le persone che sono venute al pub ritornano a casa pensando che chi fa ricerca non la per il suo tornaconto, ma per il bene di tutti quanti!

  • Qual è il vostro target di pubblico? Avete mai pensato a un progetto per le scuole, magari un “thé per la scienza”?

Per il momento noi ci rivolgiamo a tutti e anzi ci sono anche molti bambini, soprattutto negli incontri dedicati a tematiche più “soft”, come quelli dedicati alla natura o alle scienze della terra, che sono sempre i più entusiasti e fanno le domande più inaspettate! Il nostro format comunque è dedicato ad un pubblico generale, non abbiamo ancora progetti con le scuole, in futuro vedremo!

  • Avete avuto un buon supporto da parte di sponsor e istituzioni?

L’anno scorso avevamo ottenuta una buona visibilità a livello dei media, stiamo cercando degli sponsor in modo da poter lasciare che gli incontri siano a numero aperto e non dover vendere biglietti d’ingresso. Per questo abbiamo chiesto ad aziende, enti e università un contributo per aiutarci nell’organizzazione dell’evento. Tra questi abbiamo avuto il supporto dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che ci aveva sponsorizzati anche l’anno scorso, ma anche INAF, AISM, IIT e tanti altri, e il fatto che anche realtà così importanti abbiano voluto avere uno spazio in questo progetto ci riempie d’orgoglio!

  • In linea generale, quale pensi che sia il livello della divulgazione scientifica in Italia, anche per quanto riguarda i professionisti della divulgazione? Credi che ci vorrebbero più divulgatori, che bisognerebbe aumentare la qualità o che vada bene così?

Ci sono molti professionisti che fanno un ottimo lavoro, il problema principale in Italia sono più che altro i media. La maggior parte delle persone si informa ancora con la televisione, specialmente il grande pubblico, e in TV la comunicazione scientifica è veramente di nicchia e ha davvero poco spazio, anche se in generale è fatta abbastanza bene, tranne per qualche eccezione negativa come in ogni ambito. Il problema è che la scienza viene ancora trasmessa come se fosse noiosa! Noi non siamo professionisti della comunicazione scientifica però crediamo che i ricercatori debbano comunicare con il loro pubblico, anche perché la maggior parte della ricerca fatta in Italia è fatta coi soldi pubblici ed è quindi anche un dovere del ricercatore spiegare come questi fondi vengano utilizzati. Credo che a livello della comunicazione comunque si stia crescendo tanto, anche se bisogna fare di più!

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