INTRODUZIONE
Prevenire, distruggere, respingere o controllare organismi non desiderati. Questo è il ruolo dei pesticidi i quali stanno diventando sempre più importanti in un mondo che conta più di 7 miliardi di persone. Come sarebbe possibile sfamare tutta la popolazione umana prescindendo dal loro utilizzo?
Sulla base di questi presupposti illustreremo come e dove agiscono gli insetticidi e quali sono le sfide per il futuro. Nell’impossibilità di elencare e di descrivere tutte le classi di pesticidi esistenti, abbiamo selezionato quelle più conosciute e famose in una scelta del tutto arbitraria.
I BERSAGLI DEGLI INSETTICIDI
Immaginiamo una serie di canali, uno in fila all’altro, costituiti da una vasca iniziale che prelude a un percorso intervallato da numerose dighe che si aprono e si chiudono in modo da lasciare defluire l’acqua. All’origine di questi canali abbiamo una cascata (l’impulso nervoso) che, quando serve, riempie d’acqua la prima vasca che entra nel canale (assone) e, grazie alla presenza delle dighe (pompe sodio-potassio), lo attraversa fino alla fine. Qui si trovano degli operai (acetilcolina) che, muniti di secchi, prendono l’acqua e, dopo un breve tratto, la riversano nella vasca successiva (acetilcolinesterasi). Essendo quest’ultima in comunicazione con un nuovo canale, si svuota, garantendo così la continuità della trasmissione dell’impulso fino a destinazione.
Quello che abbiamo appena descritto, in modo molto semplificato, altro non è che la rappresentazione di un neurone dove l’impulso nervoso passa lungo l’assone grazie a una differenza di potenziale (una sorta di “dislivello” rappresentato dalle dighe) e viene trasmesso a un neurone successivo grazie a degli specifici neurotrasmettitori (l’acetilcolina). Essi sono accolti da un enzima (la vasca dell’acqua dove gli operai svuotano i secchi) che permette all’impulso di raggiungere altri neuroni fino ad arrivare a destinazione, per esempio ai muscoli, causando una contrazione.
Gli insetticidi possono agire su due bersagli:
- sulle “dighe” (il DDT e gli insetticidi piretroidi) bloccandole o lasciandole aperte, determinando quindi o un’interruzione o un’eccessiva trasmissione dell’acqua che causerà siccità o alluvione. Fuor di metafora l’azione sulle pompe sodio-potassio genererà paralisi o sovra-stimolazione muscolare;
- sulle “vasche” (gli organofosfati), poste a monte del corso d’acqua, impedendo loro di svuotarsi. L’effetto di questa azione sull’organismo sarà una contrazione permanente dei muscoli, quindi la morte per collasso.
In altre parole gli insetticidi possono cambiare la differenza di potenziale lungo l’assone, impedendo all’impulso di arrivare ai neurotrasmettitori, oppure possono occupare irreversibilmente l’acetilcolinesterasi, causando una costante risposta nervosa con conseguente collasso muscolare. O si muore per carenza di cibo o di indigestione.
Vedremo nei prossimi paragrafi come sia difficile garantire un’elevata tossicità per gli insetti e una bassa pericolosità nei mammiferi. Il DDT, a tal proposito, rappresenta un fallimento esemplare.
IL DDT, LA GRANDE SPERANZA
Il DDT, nome comune dell’1,1-bis (4-cloro-fenil)-2,2,2-tricoloroetano, fu sintetizzato per la prima volta nel 1874 dal chimico tedesco O. Ziegler, ma le sue straordinarie proprietà insetticide vennero scoperte solo nel 1939 da P. Muller. Una scoperta che gli valse il premio Nobel per la Medicina nel 1948.
Una sintesi facile, un costo irrisorio e un composto praticamente non tossico per i mammiferi, sembravano essere gli ingredienti per un successo definitivo nella guerra contro i parassiti.

Figura 1 - Pubblicità su LIFE Magazine (1946)
Le campagne pubblicitarie promosse specialmente negli Stati Uniti al termine della Seconda Guerra Mondiale sono emblematiche: “DDT is Harmless for Humans” (1946) (“Il DDT è innocuo per l’uomo”), “DDT, so safe you can eat it” (1947) (“DDT, così sicuro che lo puoi mangiare”). In quest’ultimo spot un volontario mangia cucchiaiate di DDT asserendo che non ci sono problemi per la salute umana.
Una sfrontatezza testimoniata anche da alcuni video dell’epoca in cui questo insetticida viene spruzzato in direzione di tavolate con bambini intenti a gustarsi un panino, oppure verso dei bagnanti.
Fu il libro “Silent Spring” (Primavera Silenziosa) scritto dall’attivista americana Rachel Carson nel 1962, a scuotere gli animi dell’opinione pubblica. Il libro sosteneva la tesi che un uso incontrollato di pesticidi (in primis il DDT) potesse causare la morte non solo di animali o uccelli, ma anche degli esseri umani. Dieci anni più tardi il DDT fu ritirato dal mercato americano e in breve fu bandito dalla maggior parte dei Paesi. Con la fine dell’era del DDT muoiono le speranze di disporre di uno strumento efficace e sicuro nella guerra contro gli insetti nocivi.
Quali sono le ragioni per le quali questo composto è tossico? Ne possiamo individuare due: l’assoluta insolubilità in acqua, quindi un accumulo nei grassi, e la grande stabilità che determina una difficile degradazione sia nell’ambiente sia nell’organismo.
Considerando poi che il rivestimento delle cellule, comprese quelle nervose, è costituito da grassi e essi rappresentano una fondamentale riserva energetica, risulta chiaro quanto questo insetticida fosse pericoloso.
La tossicità del DDT nei confronti dell’uomo non è diretta (esso è poco assorbito attraverso la pelle), ma avviene attraverso un processo che prende il nome di biomagnificazione, cioè attraverso la catena alimentare. Gli animali si nutrono di mangimi trattati con DDT e lo accumulano nei loro grassi, in seguito noi mangiamo la loro carne condita con un po’ del potente insetticida. La nota attivista e cantante americana, Malvina Reynolds, scrisse e cantò una canzone dal titolo emblematico: “DDT on my brain”. Su un ritmo facilmente orecchiabile le parole di condanna: “They spray the wheat the chickens eat, It’s in my eggs, It’s in my meat” – (“Lo spruzzano sul grano che mangiano i polli. E’ nelle mie uova, è nella mia carne”).
Durante gli anni cinquanta negli USA furono prodotte circa 100 000 tonnellate di DDT l’anno; quanto ne fu assunto dagli esseri umani? Non lo sapremo mai.

Figura 2 - Grafico che mostra l'aumento dei casi di malaria al diminuire dell'uso di DDT
La storia del DDT non è però soltanto tragica. In effetti il suo contributo è stato fondamentale nello sconfiggere la malaria in Italia, dov’era commercializzato come Flit, e in moltissimi paesi a clima temperato. A titolo di esempio il grafico in figura mostra come, al diminuire del suo utilizzo (linea segmentata), i casi di malaria (rettangoli grigi) siano aumentati da 0 nel 1972 a più di 60 000 nel 1996 in Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela. Un altro esempio è rappresentato dal Sud Africa che nel 1995 ha abbandonato il DDT a favore di una nuova classe di insetticidi più costosi. Proprio a causa del prezzo elevato, il loro utilizzo è calato e i casi di malaria registrati sono passati da 5 000 nel 1995 a 120 000 nel 1999. Nel 2001 il DDT è stato reintrodotto.
Sebbene sia in corso un acceso dibattito [1] sulla pericolosità di questo prodotto, resta evidente che al momento il DDT è, forse, il trattamento più efficace per il debellamento della malaria.
Il DDT ha lasciato eredi? Certo e sono moltissimi, tra i quali citiamo l’Aldrin, l’Endrin e il Dieldrin, che hanno detenuto la palma di insetticidi più potenti prima dell’introduzione di un’altra classe di composti, i piretroidi. Essi però sono ancora più tossici rispetto al loro capostipite. Infatti è sufficiente circa 1 g [2] di Endrin per uccidere un uomo di 70 kg: meno di una buccia di una mela. Per questa ragione l’utilizzo di questi pesticidi negli USA è severamente vietato, sebbene la produzione per l’esportazione sia ancora legale e praticata.
L’unico derivato del DDT che è ancora utilizzato e commercializzato è l’Endosulfan che ha il grande pregio, oltre che essere poco tossico, di essere metabolizzato rapidamente, quindi non permane nell’ambiente.
In generale però i cloroderivati, quei composti che, come il DDT, contengono atomi di cloro nella loro struttura, si sono rivelati una grande delusione: troppo tossici, anche per l’uomo.
Un’altra triste storia è rappresentata dagli organofosfati: altre speranze, altre delusioni…
GLI ORGANOFOSFATI: NON SOLO INSETTICIDI
Silenzioso, inodore, letale. Questo è il Sarin, il gas nervino che uccise 12 persone e ne intossicò più di 6 000 la mattina del 20 Marzo 1995 nella metropolitana di Tokyo. Il composto, della famiglia degli organofosfati, come abbiamo visto impedisce la corretta trasmissione dell’impulso nervoso, bloccando i neurotrasmettitori acetilcolina sul sito attivo dell’enzima acetilcolinesterasi. Sfruttando nuovamente la metafora iniziale si impedisce che la vasca all’origine del corso d’acqua si svuoti, determinando nella realtà una continua sovra-stimolazione muscolare. Tokyo non fu l’unico caso in cui un derivato degli insetticidi fu usato a scopi terroristici o comunque contro l’uomo. Un altro esempio rappresentativo, che esula dalla categoria degli organofosfati, è l’Agent orange, una miscela di due molecole, ricche di atomi di cloro, che come struttura ricordano il DDT. Un defoliante usato durante la guerra in Vietnam dalle truppe americane per disboscare il manto vegetale sotto il quale si nascondevano i Vietcong. Durante queste missioni militari l’insetticida fu spruzzato anche contro i civili vietnamiti. Recenti stime calcolano che furono circa cinquanta milioni i litri irrorati sugli alberi del Vietnam e quasi cinque milioni gli indigeni e i soldati statunitensi che vennero a contatto con questo gas considerato cancerogeno e teratogeno [3].
Tornando agli organofosfati, da una rapida analisi della struttura possiamo individuare la sorgente della pericolosità del composto: il legame doppio Fosforo (P) = Ossigeno (O). La struttura di questi prodotti assomiglia molto a quella dell’acetilcolina, la differenza sostanziale risiede proprio nel fatto che il neurotrasmettitore presenta un doppio legame Carbonio (C) =Ossigeno (O), facilmente idrolizzabile, cioè rompibile. Al contrario, il legame P=O risulta particolarmente difficile da rompere con il risultato che l’enzima si blocca determinando la morte per collasso respiratorio.
Un’approfondita conoscenza dei meccanismi biologici tipici degli insetti, ha permesso di scoprire due insetticidi molto particolari: il Malathion e il Parathion (e simili). Guardando la struttura di questi fitofarmaci ci possiamo domandare che fine abbia il legame incriminato: dov’è P=O? Esso è stato sostituito da un legame Fosforo (P)=Zolfo (S): perdita di efficacia? Tutt’altro: guadagno in sicurezza per i mammiferi! In effetti gli insetti presentano un particolare enzima che è in grado di convertire il sistema P=S, innocuo, nel mortale P=O. Un enzima totalmente assente nell’uomo. Molti insetti sono però in grado di degradare il Malathion (che contiene P=S) prima che si trasformi in Malaoxon, l’effettivo agente tossico. Questo avviene in animali sessualmente maturi, nei quali, probabilmente, l’attività dell’enzima incaricato nello smantellamento del composto è più efficace rispetto agli individui più giovani. Sebbene questo insetticida non abbia un’attività pesticida molto elevata, possiede un campo d’azione molto vasto e presenta una limitata tossicità nei confronti dell’uomo che, non potendo convertire il legame P=S a P=O è salvo da ogni complicanza tipica dei composti di questa classe. Nonostante tutto, è stato di recente scoperto che tale prodotto può provocare tumori, tant’è che è stato messo al bando dalla Comunità Europea [4] anche se negli Stati Uniti rimane il pesticida più comunemente usato [5].
Ad ogni modo è stimolante vedere come, modificando un semplice atomo (dall’ossigeno allo zolfo), possano cambiare così tanto le proprietà di una molecola. L’approfondimento delle attività biochimiche dei parassiti sarà sicuramente una strada da seguire per la sintesi di analoghi del Malathion dalla tossicità estremamente selettiva.

Figura 3 - Confronto tra Sarin (attivo), Malathion (inattivo) e Malaoxon (attivo)
L’ETERNA SFIDA CONTRO IL PUNTERUOLO ROSSO: QUANDO GLI INSETTICIDI FALLISCONO
Ha percorso più di 10 000 km in 38 anni, durante i quali ha mietuto centinaia di migliaia di vittime. Lungo appena 5 cm è arrivato in Italia nel 2004 e ha già ucciso 40 000 alberi. Nome in codice: punteruolo rosso. Vittime preferite: le palme delle Canarie.
Il Rhynchophorus ferrugineus, originario dell’Asia meridionale, è comparso per la prima volta in Italia, in Toscana trasferendosi rapidamente in altre regioni come la Sicilia, la Campania, la Puglia e il Lazio. L’insetto depone circa 300 uova all’interno della palma per garantire le migliori condizioni ambientali alle larve. Una volta schiuse, le giovani larve si nutrono dei tessuti interni dell’albero indebolendolo, finché, dopo pochi mesi dall’invasione, la pianta muore.
Questo caso rappresenta un efficace esempio di come la strategia insetticida come quella discussa fino a ora non sia sempre la migliore, e ci permette di capire quali sono le nuove astuzie in campo biotecnologico per combattere le pesti.
Il progetto sviluppato dai ricercatori dell’ENEA prevede la cattura del maggior numero possibile di coleotteri attraverso un segnale chimico, un feromone di aggregazione. Gli individui isolati sono poi sottoposti a radiazioni gamma per ottenerne la sterilizzazione, quindi vengono cosparsi del suddetto feromone e di un batterio sporigeno, il Bacillus thuringiensis, che determina la morte per paralisi dell’insetto [6] liberando tossine che interagiscono specificatamente con l’intestino del punteruolo. Una volta liberati nell’ambiente “i coleotteri trasmetteranno l’infezione, determinando un impatto sulla popolazione ad ampio spettro”, spiega il Dott. Massimo Cristofaro, ricercatore Agri – ECO ENEA [7] che aggiunge: “Sarà una lotta lunga e che deve trovare dei sistemi che lavorando insieme determinino un trend negativo provocando una decrescita della popolazione dei punteruoli rossi fino a una completa eradicazione”.
Il successo o meno di questa strategia sarà determinante per lo sviluppo di nuove tecniche di lotta biotecnologica che si basano sull’impiego di organismi endomopatogeni, cioè selettivi verso una data specie, per debellarla. Tecniche che appaiono sicure sia per l’ambiente sia per l’uomo e che paiono surrogare efficacemente la lotta chimica convenzionale. Diversi sono però gli interrogativi: quali sono i possibili campi di applicazione? E’ economicamente vantaggioso? E’ efficace? Lo sapremo alla pubblicazione dei risultati ottenuti in Sicilia dove si sta seguendo questa strada.
CONCLUSIONE
La scarsità di informazioni e una minore sensibilità culturale legate all’impatto ambientale di numerosi composti chimici, tra i quali il DDT, ha determinato gravi problemi per la salute umana e non solo. Con l’aumento delle conoscenze scientifiche e di una maggiore attenzione verso il Pianeta, si sono sviluppati nuovi fitofarmaci più selettivi e meno tossici per gli organismi viventi. L’ultima frontiera è rappresentata dai derivati piretroidi: gli insetticidi maggiormente utilizzati al giorno d’oggi, estratti dal crisantemo (Chrysanthemum cinerariaefolium), il popolare fiore usato per commemorare i defunti.
Dalla scoperta del suo potere insetticida, gli estratti di questo fiore sono stati modificati chimicamente negli anni, fino ad arrivare [8] alla sintesi della Deltametrina, un insetticida molto potente e ad ampio spettro che può essere applicato alle coltivazioni con una concentrazione di appena 2,5-12,5 g per ettaro. A questa straordinaria efficacia si affiancano l’assoluta sicurezza di questo composto per i mammiferi, l’impenetrabilità nei tessuti dei vegetali e l’economicità.
Non sappiamo se, nel futuro, sarà la lotta biotecnologica o gli insetticidi piretroidi a proteggere i raccolti dai parassiti, ma quello che è certo è che la ricerca in questo ambito diventerà cruciale: il mondo si potrebbe altrimenti sfamare in maniera “biologica”? E si potrà davvero fare a meno di un aiuto “chimico”?
[1] C. Marla – “Should DDT Be Used to Combat Malaria?” – Scientific American – 2009
[2] www.inchem.org/documents/hsg/hsg/hsg060.htm
[3] Rapporto HR 2634 IH del Congresso Americano del 25 Luglio 2011
[4] Il principio attivo è stato vietato mediante la decisione 2007/389/CE
[5] Bonner MR, Coble J. Blair A. “Malathion Exposure and the Incidence of Cancer in the Agricultural Health Study” (2007)
[6] Manachini B., Arizza V., Parrinello D., Parrinello N. – “Hemocytes of Rrynchophorus ferrugineus and their response to Saccharomyces cerevisiae and Bacillus thuringiensis” – Journal of Invertebrate Pathology – Vol. 106 #3 , Marzo 2011, pagg 360-365
[7] Da un servizio di Superquark andato in onda l’11/08/2011
[8] S-bioalletrina (1949), Tetrametrina (1964), Bioresmethrin (1966) e Fenvalerato (1973) tra i più importanti
BIBLIOGRAFIA
Bate, R., “Without DDT, malaria bites back”, http://www.spiked-online.com, 2001
Carson, R. (1963) Primavera silenziosa, Milano, Feltrinelli Editore
Marla, C. (2009), “Should DDT Be Used to Combat Malaria?”, Scientific American, 4 Maggio
Murakami H. (2003) , Underground. Racconto a più voci dell’attentato alla metropolitana di Tokyo, Torino, Einaudi
ERRATA CORRIGE (a cura dell’Autore)
I BERSAGLI DEGLI INSETTICIDI
Immaginiamo una serie di canali, uno in fila all’altro, costituiti da una vasca iniziale che prelude a un percorso intervallato da numerose dighe che si aprono e si chiudono in modo da lasciare defluire l’acqua. All’origine di questi canali abbiamo una cascata (l’impulso nervoso) che, quando serve, riempie d’acqua la prima vasca che entra nel canale (assone) e, grazie alla presenza delle dighe (pompe sodio-potassio), lo attraversa fino alla fine. Qui si trovano degli operai (acetilcolina), che, muniti di secchi prendono l’acqua e, dopo un breve tratto, la riversano nella vasca successiva (recettori colinergici). Essendo quest’ultima in comunicazione con un nuovo canale, si svuota, garantendo così la continuità della trasmissione dell’impulso fino a destinazione. Quello che abbiamo appena descritto, in modo molto semplificato, altro non è che la rappresentazione di un neurone dove l’impulso nervoso passa lungo l’assone grazie a una differenza di potenziale (una sorta di “dislivello” rappresentato dalle dighe) e viene trasmesso a un neurone successivo grazie a degli specifici neurotrasmettitori (l’acetilcolina). Essi sono accolti da un recettore (la vasca dell’acqua dove gli operai svuotano i secchi) che permette all’impulso di raggiungere altri neuroni fino ad arrivare a destinazione, per esempio ai muscoli, causando una contrazione. Al termine di questo processo l’acetilcolina si distacca dal recettore e viene captata da un enzima denominato acetilcolinesterasi. Esso ha il compito di degradarla, in caso contrario l’acetilcolina continuerebbe a riattivare il recettore causando una sovra stimolazione muscolare. Metaforicamente parlando, possiamo dire che l’enzima controlla il flusso degli operai tra una vasca e la successiva.
Gli insetticidi possono agire su due bersagli:
- sulle “dighe” (il DDT e gli insetticidi piretroidi) bloccandole o lasciandole aperte, determinando quindi o un’interruzione o un’eccessiva trasmissione dell’acqua che causerà siccità o alluvione. Fuor di metafora l’azione sulle pompe sodio-potassio genererà paralisi o sovra-stimolazione muscolare;
- sul “flusso di operai ” (gli organofosfati), generando un apporto di acqua superiore alla norma. L’effetto di questa azione sull’organismo sarà una contrazione permanente dei muscoli, quindi la morte per collasso.
In altre parole gli insetticidi possono cambiare la differenza di potenziale lungo l’assone, impedendo all’impulso di arrivare ai neurotrasmettitori, oppure possono occupare irreversibilmente l’acetilcolinesterasi, causando una costante risposta nervosa con conseguente collasso muscolare. O si muore per carenza di cibo o di indigestione.
Vedremo nei prossimi paragrafi come sia difficile garantire un’elevata tossicità per gli insetti e una bassa pericolosità nei mammiferi. Il DDT, a tal proposito, rappresenta un fallimento esemplare.
GLI ORGANOFOSFATI: NON SOLO INSETTICIDI
Silenzioso, inodore, letale. Questo è il Sarin, il gas nervino che uccise 12 persone e ne intossicò più di 6 000 la mattina del 20 Marzo 1995 nella metropolitana di Tokyo. Il composto, della famiglia degli organofosfati, come abbiamo visto impedisce la corretta trasmissione dell’impulso nervoso, sostituendosi irreversibilmente all’acetilcolina sul sito attivo dell’enzima acetilcolinesterasi. Sfruttando nuovamente la metafora iniziale possiamo dire che si va a turbare il flusso di operai tra una vasca e l’altra provocando un maggior afflusso di acqua. Questo si traduce in una continua sovra-stimolazione muscolare.





Vorrei esprimere un commento molto favorevole a questo articolo. Accomuna una spiegazione approfondita ad un testo ben redatto, scritto in modo semplice e scorrevole, facilmente accessibile e comprensibile anche da parte dei tanti “non addetti ai lavori”. Complimenti.
Dr. Marco Soggetto – Varasc.it
Un saggio scorrevole, ma esaustivo nell’esplicazione dei contenuti
ho trovato l’articolo molto scorrevole e di facile comprensione!
Ottimo articolo.
sono d’accordo
Ben scritto, chiaro, efficace.Non ho le competenze per valutarne la consistenza scientifica. Ma la divulgazione è una forma di comunicazione sempre più centrale nella società attuale e l’estensore dell’articolo dimostra di saper maneggiare la materia con ottime doti.
l’articolo mi è piaciuto molto
L’articolo riesce a presentare un argomento scientifico corredato da tanto di formule di struttura, lessico farmaceutico-chimico, citazioni in inglese e dati numerici con un ritmo avvincente da romanzo d’avventura.
Il lettore profano è abilmente attirato ad accettare la sfida della lettura non solo per l’interesse che Burgay sa suscitare, ma anche per la sua innegabile capacità divulgativa, che si avvale di strumenti preziosi quanto la chiarezza, la semplicità, l’uso di similitudini evocative (…”meno di una buccia di una mela”…) e di riferimenti a realtà extra scientifiche (canzoni, pubblicità, storia, cronaca). Il lettore profano, che prova così lo stupore di scoprirsi direttamente coinvolto, si avvicina non già con la supponenza di chi voglia giocare al piccolo chimico, ma con la debita reverenza di chi ha la fortuna di partecipare ad un rito iniziatico: una grande sfida per la chimica. Vinta.
Esprimo i migliori complimenti al dottor Bergay per la forte capacità espressiva e la notevole abilità a rendere molto chiaro, efficace ed elementare l’argomento proposto!
mi piace questo sito
Grazie Felix,
continua a seguirci per conoscere tutte le nostre iniziative e se ti farà piacere puoi associarti all’ Associazione Culturale Chimicare
Lo staff
good job! (:
molto interessante,non utilizzare prodotti che fanno male all’uomo è di per sè una grande conquista!
sono rimasta colpita favorevolmente da questa spiegazione,che ho trovato esaustiva senza essere di difficile comprensione!
Un commento? non lo esprimo perché non ho letto l’articolo, ma data la continua insistenza di quell’irrompente derompente di Angelo dico a Francois che deve correggere la sua dizione rilevativa quando esprime che le vittime preferite sono le palme delle Canarie. No! Le vittime preferite sono le pal(m)e di Angelo Renda o palme di Ribeira.
L’ETERNA SFIDA CONTRO IL PUNTERUOLO ROSSO: QUANDO GLI INSETTICIDI FALLISCONO
Ha percorso più di 10 000 km in 38 anni, durante i quali ha mietuto centinaia di migliaia di vittime. Lungo appena 5 cm è arrivato in Italia nel 2004 e ha già ucciso 40 000 alberi. Nome in codice: punteruolo rosso. Vittime preferite: le palme delle Canarie.
bohhh???
SULLA LOTTA AL PUNTERUOLO ROSSO:
“Lo sapremo alla pubblicazione dei risultati ottenuti in Sicilia dove si sta seguendo questa strada.”
DOVE??!! Noi cittadini “normali” non ce ne siamo accorti. Ciò che si vede sono soltanto piante abbandonate al loro destino, senza alcun tentativo visibile.
SULL’ARTICOLO:
Complimenti all’autore per la chiarezza espositiva.
Gentile Giuseppe, La ringrazio per i complimenti all’articolo! Per quanto riguarda la lotta al punteruolo rosso sono a conoscenza che è in corso una sperimentazione della lotta biotecnologica in alcune zone della Sicilia.A seconda dei risultati ottenuti la si estenderà a tutta l’isola. Questo naturalmente in teoria. Ad ogni modo se è interessato ai risultati della sperimentazione mi contatti per mail (snooze89@hotmail.it) sarà mio compito informarmi e comunicarglieli.
Saluti,
Francois Burgay
Il lavoro del dottor François Burgay per combattere il punteruolo rosso è veramente lodevole perché apre alla conoscenza delle nuove astuzie in campo biotecnologico per combattere vecchie e nuove pesti. Le palme canariensis della mia città – Ribera (AG) Sicilia sono state attaccate e divorate dal punteruolo rosso provocando scenari da catastrofe! Il progetto sviluppato dai ricercatori dell’ENEA apre nuove prospettive prevedendo la cattura del maggior numero possibile di coleotteri attraverso un segnale chimico, un feromone di aggregazione. Gli individui isolati sono poi sottoposti a radiazioni gamma per ottenerne la sterilizzazione, quindi vengono cosparsi del suddetto feromone e di un batterio sporigeno, il Bacillus thuringiensis, che determina la morte per paralisi dell’insetto liberando tossine che interagiscono specificatamente con l’intestino del punteruolo. Una volta liberati nell’ambiente “i coleotteri trasmetteranno l’infezione, determinando un impatto sulla popolazione ad ampio spettro”.
La sua assunzione iniziale sugli “operai” acetilcolina, e vasche successive ” acetilcolinesterasi” è del tutto errata!
La vasca successiva è il recettore colinergico, e quindi anche l’assunzione che ” vengono accolti da un enzima che permette all’impulso di raggiungere” è del tutto errata!
L’acetilcolina interagisce con il recettore colinergico che è una proteina transmembrana sinaptica, e questo fa sì che poi si generi un nuovo potenziale d’azione e quindi il segnale.
L’acetilcolinesterasi è un enzima che sottrae – distrugge- l’acetilcolina e sta nel bottone sinaptico, tra una vasca e l’altra,
Quindi l’acetilcolinesterasi non è assolutamente responsabile della trasmissione dell’impulso, ma è un qualcosa che lo regola e lo sopprime distruggendo i secchi o gli operai..
Mi sembra una grossa leggerezza di base la sua.. Un po’ troppo per una licenza poetica..
Buono studio della trasmissione colinergica, e auguri!
l’articolo mi è piaciuto molto
Non so se Fausto abbia ragione, tuttavia devo dire che, profano di chimica, dopo aver letto l’articolo di francois, mi sono fatto un’idea del ruolo e dei limiti degli insetticidi, mentre non ho capito assolutamente nulla delle (magari correttissime) osservazioni di fausto.
Grazie comunque a tutti e due. Così si fa divulgazione: con l’esposizione di tesi e con la loro eventuale confutazione, per permettere di andare avanti nella chiarezza e nella correttezza scientifica
Guardi, Marburg che non pretendo di aver ragione, ma la Neurofisiologia delle trasmissioni colinergiche è così fatta.
Che poi per spiegarla sia necessario semplificarla è opinabile.
Di sicuro scambiare un recettore con un enzima è da ” si ripresenti al prossimo appello”.
Se si vuol fare “divulgazione” bisogna essere corretti, sopratutto nelle premesse ed assunzioni iniziali.
Mi meraviglia che nessuno abbia eccepito un’errore a mio avviso macroscopico.
Non per essere polemica Fausto, ma un errore si scrive senza apostrofo e soprattutto con quattro t. Anche questo sarebbe a mio avviso da “si ripresenti al prossimo appello”.
Io non pretendo di fare divulgazione, e mi scuso per l’errore su “un errore”
Che poi cosa siano le 4 T: boh!
E non confondiamo la forma con i contenuti..
Gentile Fausto e gentili lettori,
l’iniziativa e il concorso “Parlar di chimica” non vuole promuovere o bocciare i suoi autori, per questo vi sono le sedi istituzionali. La giuria a competenze miste, non solamente composta da chimici, ha espresso un giudizio su diversi parametri di valutazione dove la correttezza scientifica nell’approccio era uno dei 17 parametri di valutazione. Fra i parametri di valutazione si sono considerati anche la correttezza grammaticale, sintattica e periodale, l’efficacia formativa e didattica, lo stile di scrittura e l’efficacia divulgativa in modo da poter definire i candidati finalisti al concorso nel rispetto del regolamento concorsuale. Per lo stesso motivo sono stati scartati gli articoli non inediti, se pur meritevoli, dalla valutazione finale.
Vi ringraziamo dell’interesse che state dimostrando e certamente la divulgazione della chimica deve partire da una correttezza dei suoi contenuti, ma non deve essere l’unico parametro di giudizio.
Caruso Silvia
Chimico Farmaceutico
Associazione Culturale Chimicare
La risposta di Silvia Caruso, sicuramente spiega in maniera chiara i criteri di valutazione.
Certo fare divulgazione su assunti scientifici errati, bel modo di fare cultura!
Che lei voglia fare polemica si vede, se non avrebbe postato un tale sciocco commento.
Fausto per essere straniero scrive sin troppo bene in italiano.
Ma dal momento che la Scienza va avanti su teorie verificate sperimentalmente, le invenzioni non sono molto tollerabili specialmente in divulgazione, se no si distorce la realtà, che possa vincere un articolo con degli errori è semplicemente ridicolo, anche se ben scritto. Perchè se uno dice che gli asini volano e tutti gli amici lo votano, non vuol dire che gli asini volano…e questa è solo disinformazione, altro che divulgazione!
Dinstinguere tra affezione e ragione evidentemente non è così facile, ma la scienza non si muove sull’affetto per fortuna!
Rispondo volentieri alle critiche che mi sono state fatte e mi sembra doveroso informare i lettori che grazie ai suggerimenti di Fausto ho apportato le dovute modifiche all’eccessiva semplificazione di una piccola parte del mio scritto precedente e invierò al più presto l’”errata corrige” alla Giuria.
A tal proposito volevo ricordare che l’”errata corrige” è comune anche nelle riviste scientifiche (specialistiche e non): l’importante è correggere.
sono daccordo
Chiaro e completo.
chiaro
Articolo molto interessante e ben scritto, voto lui!!
Articolo molto interessante , merita!
complimenti x l’articolo…
e complimenti ai lettori esiste qualcuno che cerca ancora di capire le cose… sono contenta di ciò, perchè il 99% degli italiani si ferma molto prima…