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Eccomi qua la notte di Natale a scrivere di Chimica, mi sembra incredibile!  …tra qualche ora, come da tradizione, sarà tutto uno sferruzzare di coltelli, forchette, terrine, pentole e piatti, tra tacchino in crosta di sfoglia, vitella ai funghi, cestini di parmigiano reggiano con spinaci al burro, uva sultanina e noci, salmone affumicato e frittelle di baccalà, mostarda, spumanti e vini, torroni, panettone ripieno e molto altro ancora…tutto come deve essere da tradizione di famiglia.
Chi non si riconosce in un pranzo o una cena del genere il giorno di Natale?  Di quelli che quando ti alzi da tavola o hai un peso sulla pancia, che ricorda le oche da fois gras, o ti gira la testa per tutto il vino bevuto, che come diceva Carducci sembra “di esser soli in alto mare/sfidando una bufera”!

Ebbene forse non ci avrete fatto caso, ma tutta questa tradizione altro non è che un lungo processo evolutivo, puramente ed inconsapevolmente, chimico. Si dice, quasi come un luogo comune ormai, che la chimica è ovunque e che tutto è chimica.   Indubbiamente è vero e difficilmente confutabile.

Vogliamo rileggere in chiave chimica il menù appena letto?

Abbiamo parlato di coltelli e forchette che, in genere, sono di acciaio inox o in altre leghe di metalli, oppure, per chi è più fortunato, in argento e per qualche emiro arabo o magnate russo in oro…  decisamente pacchiani e di dubbio gusto.

…Terrine, pentole e piatti: anche qua possono essere in metallo o leghe (rame, stagno, inox, alluminio, ghisa) o più facilmente in ceramica: un prodotto di sabbia di silice, argille, feldspati di sodio e/o di potassio, ossidi di ferro, di silicio o di alluminio; oppure di porcellana: simile alla precedente ma con l’aggiunta di caolino, un minerale che contiene silicio.   Chi è un po’ più sfortunato, sia per l’effetto scenico che per la qualità, si troverà in tavola delle posate fatte di materiali monouso in plastica, quelli che tutti chiamiamo “piatti di carta”, che poi di carta non sono, ma che le aziende che li producono, per “nobilizzarli”, amano chiamare così.   Ma se sono monouso perchè li devono fare in plastica?   Non sarebbe meglio farli di carta sul serio, un materiale biodegradabile, e lasciare i prodotti monouso in plastica per altre faccende, come per esempio nelle sale operatorie, dove assicurano una sterilità e un’inerzia adeguata al caso?   Ne gioverebbe sicuramente il nostro pianeta.   Anche perchè siamo diventati 7 miliardi e se ognuno usasse anche solo una forchetta di plastica al mese e poi la buttasse via, in un anno sarebbero 84 miliardi di forchette e purtroppo diciamocelo, per ora, a parte qualche isola felice, la raccolta differenziata stenta a decollare, anche se ci auguriamo che si inizi a fare seriamente.
La plastica non è un nemico, ma bisogna iniziare a riciclarla adeguatamente e ad usarla più consapevolmente.   Se a qualcuno è capitato, come al sottoscritto, di fare un viaggio nel deserto giordano, la prima cosa che nota, correndo lungo le strade tra le pietre e le sabbie color ocra, sono proprio centinaia e centinaia di sacchetti di plastica neri che svolazzano ai loro bordi (non prendetela come scusa per non andare in Giordania perchè è un paese splendido, è solo un esempio di lampante disturbo cromatico della plastica con l’ambiente circostante, poco diverso dagli oggetti che galleggiano nel Mediterraneo).
Ma attenzione qualcosa si sta muovendo, qualcuno ci ha pensato!   Ed ecco spuntare dal nulla materiali ecologici biodegradabili ottenuti per esempio dal mais…  un bel passo nel futuro per la chimica.

Torniamo a noi e al nostro pranzo di Natale: il tacchino è ore che cuoce nel forno, così da far arrivare la temperatura interna almeno a 60 gradi, in tal modo si possono denaturare le proteine di cui la sua carne è costituita.   Le proteine possiamo pensarle come dei microscopici gomitoli di fili arrotolati su se stessi a temperatura ambiente, cioè quando la carne è cruda, se aumentiamo la temperatura, a partire dai 40 gradi centigradi, le proteine iniziano a modificarsi e a “srotolarsi”, allungandosi e distendendosi, cioè si denaturano, perchè prendono una forma diversa da quella che hanno naturalmente, la carne quindi cuoce.  Cuocere, infatti, significa cambiare lo stato di un alimento e di solito si fa proprio con l’uso di calore, o comunque fornendo energia (penso anche al microonde).
E come abbiamo fatto la crosta?  La base è sempre acqua e farina.    La farina si può classificare in diversi modi: in base alla dimensione della macinatura dei granuli ( e si ha farina 0, 00, 1, 2) oppure in base alla quantità di proteine che contiene, per cui una farina si dice forte se ha molte proteine, debole se ne ha poche, questo lo trovate scritto sul pacchetto con la lettera “W=” e un numero, più è grande questo numero, maggiore è la forza della farina.
Per la nostra crosta, che vogliamo essere sottile e croccante, serve una farina debole, che cioè non abbia la possibilità di lievitare molto.   Per darle un po’ di gusto in più aggiungiamo qualche grasso, come olio o burro; impastando quindi acqua, farina e grasso, i granuli di farina verranno parzialmente o totalmente impermeabilizzati dal grasso e quindi l’acqua non potrà essere assorbita nel granulo facilmente (anche perchè ricordiamolo che la farina è ricca di amido che assorbe molta acqua).   Questa impermeabilizzazione della farina ha un riscontro pratico immediato: quando noi tiriamo la sfoglia, ottenuta dai tre ingredienti precedenti, cioè la stediamo col mattarello pressandola, ripetiamo molte volte la stessa operazione: stendiamo la sfoglia, la ripieghiamo su se stessa, la ristendiamo col mattarello, la ripieghiamo e via di seguito.   Tra uno strato e l’altro a questo punto avremo inglobato delle microscopiche bollicine d’aria.   Quando mettiamo in forno la sfoglia la temperatura del forno aumenta e a questo punto le piccole bollicine inizieranno ad aumentare di volume (per la legge di Volta – Guy Lussac), per cui gli strati tenderanno a separarsi e questa separazione aumenterà ulteriormente per il fatto che i granuli di farina impermeabilizzati dal grasso tenderanno a slittare gli uni sugli altri senza legarsi tra loro. A questo punto si saranno formati molti strati di sfoglia separati, che l’elevata temperatura avrà seccato portando via l’acqua presente nell’impasto.   Otteniamo così uno strato di millefoglie sul nostro tacchino.

Proseguiamo con la vitella ai funghi? I funghi sono uno dei regni dei viventi (fungi), ne esistono di diversi tipi, dal classico champignon, che in Francia vuol dire proprio: “fungo”, e che dovremmo chiamare Agaricus bisporus, ai più gustosi porcini (Boletus edulis), ma è vero che hanno zero calorie? Non è difficile come risposta, basta pensare a chi è che fornisce energia al nostro corpo (la cui unità di misura sono proprio le calorie) e vedere che contenuto ha nei funghi. Le proteine e gli zuccheri (o carboidrati) forniscono circa 4 chilocalorie per ogni grammo (Kcal/gr), i grassi (o lipidi) 9 Kcal/gr, misurando il contenuto di questi macronutrienti per gli champignon si scopre che contengono dei primi due (proteine e zuccheri) pochissimi grammi, dei grassi invece addirittura solo alcuni decimi di grammo, tanto che il totale delle calorie è di una ventina di Kcal per 100 gr., quindi possiamo dire che sono molto vicino a zero calorie. Ma se i funghi non hanno un valore nutrizionale perchè li usiamo per cucinare? Perchè cedono alle preparazioni in cui sono inseriti degli straordinari odori e sapori, che rendono più gustoso ogni piatto, però non bisogna abusarne in quanto contengono molte sostanze chimiche che i nostri reni faticano a depurare, ed essendo costituiti da cellulosa (fibre) per la maggior parte risultano anche essere poco digeribili.

Un po’ di verdura finalmente!
…Cestini di parmigiano reggiano con spinaci al burro, uva sultanina e noci, e uno penserebbe:” beh!   Qua di chimica non ce n’è proprio!”   Ne siete sicuri?
Il parmigiano reggiano è un formaggio a pasta dura, ricco di cristalli, che si avvertono in bocca quando si mastica, ed è apprezzato perchè molto saporito, tanto che si usa spessissimo per dare quella marcia in più ad un piatto grattugiandolo sopra la pasta, direttamente in tavola; uno dei classici gesti che ci distingue come Italiani, anche qua un luogo comune, ma neanche troppo: “gli italiani si riconoscono subito a tavola!”.   Ma come mai questo sapore così netto?   Ebbene è stato scoperto che il parmigiano è uno degli alimenti più ricchi di glutammato di sodio, un esaltatore di sapidità, cioè un sale che esalta i gusti già presenti nel piatto.   Lo stesso sale che è presente in tutta la cucina orientale: cinese e giapponese in particolare e che è il quinto gusto che percepiamo, l’umami.   Per anni si è discusso se fosse un gusto e lo è diventato dopo che si sono individuati i recettori sulla lingua che lo percepiscono, e pare che un possibile gusto con suoi recettori ad hoc sia quello per l’anidride carbonica e le bevande gassate.

Stay tune!…e in futuro scoprirete a quali risultati sono arrivate le ricerche in atto in questi anni.

Torniamo al glutammato di sodio, la cucina italiana, o sarebbe meglio dire le cucine italiane, data la varietà regionale, utilizza abbondantemente alimenti che lo contengono, che sono: le acciughe e il pomodoro, che una volta arrivato dal Centro America nel nostro Paese ha trovato un habitat ideale ed è diventato definitivamente rosso.   Ormai nessuno si immagina di trovare pomodori bianchi o gialli (e si pensa subito agli OGM), ma l’origine è proprio in varietà da quei colori, da cui il nome “pomo d’oro”, poi una selezione genetica operata dall’uomo lo ha portato ad essere rosso per il grande pubblico e la nostra industria ne ha fatto uno dei prìncipi della nostra cucina.
Un piatto di pasta al sugo rossa, con parmigiano bianco e qualche foglia di basilico verde o una pizza rossa, con mozzarella e basilico sono la massima espressione di italianità che si possa trovare in cucina…  ed è stata la fortuna dei nostri ristoratori all’estero, pensate cosa ne avrebbero fatto i francesi se avessero potuto usare degli alimenti per riprodurre la loro bandiera…per fortuna il blu non è un colore comune tra gli alimenti, anzi di solito un alimento blu è rifiutato dalla psicologia cromatica di un consumatore, che lo associa a qualcosa di andato a male ed ammuffito, come il Roquefort.
…Spinaci al burro: attenzione a sceglierli al mercato!  Se hanno le foglie troppo grandi la truffa è in agguato, molto probabilmente nelle settimane precedenti alla raccolta è stata somministrata alle piante una dose extra di azoto e le loro foglie sono diventate gigantesce, ma una volta in pentola scoprirete che la maggior parte era acqua e le foglie si accorceranno notevolmente.
Il burro è il grasso per antonomasia, in realtà è un’emulsione acqua/grasso, e come tale è talmente di buon sapore che è diffusissimo in cucina, specie nei dolci, il suo inconfondibile aroma è dato anche dalle colture batteriche che vengono aggiunte.   Una volta non era necessaria tale aggiunta, perchè si formavano naturalmente vista la scarsa igiene, oggi si aggiungono perchè la corretta igiene, ottenuta con prodotti chimici, non li fa più formare.

…uva sultanina e noci: l’uva sultanina si dice prenda il nome da Salt, una città della Giordania, si tratta di uva passa, molto ricca in zuccheri, specialmente glucosio, ed infatti è anche detto zucchero d’uva, si tratta di un monosaccaride, cioè di uno zucchero con una sola molecola, indispensabile alla vita umana.   La ricchezza in zuccheri è dovuta all’area geografica dove viene prodotta, scarsa di acqua, quindi la pianta concentra molto gli zuccheri, ma tale quantità aumenta ulteriormente quando gli acini vengono fatti asciugare al sole, infatti l’uva passa risulta quasi stucchevole tanto è dolce…e a controbilanciare il dolce ecco le noci, che aggiungono quella nota amara, che rende il piatto ancora più vario e completo gustativamente.   Riuscireste ad immaginare che se mangiate una noce, mangiate il frutto di una pianta che produce un erbicida naturale?  Il noce (juglans regia) produce
una sostanza lo juglone che è un erbicida naturale, infatti vicino ai noci la vegetazione è rada o assente, e l’olio del mallo (la parte esterna della noce) ne è particolarmente ricco e lo si usa per proteggersi dai raggi solari.

Santi numi! Domani mattina a pranzo mi sembrerà di mangiare in un’azienda chimica!
Le multinazionali fanno un baffo alla Natura in questioni…  di Chimica!

Nel menù ci sono ancora salmone affumicato e frittelle di baccalà: qua è tutto naturale! Peccato che senza cloruro di sodio, il comune sale da cucina, non si possa fare il baccalà (merluzzo sotto sale; lo stoccafisso, invece, è merluzzo essiccato, anche se, come sempre in Italia, non tutto va segue la regola, in certe zone del Veneto il baccalà è lo stoccafisso…non chiedetemi perchè ci si debba complicare tanto la vita per un po’ di pesce!).   L’azione del sale è fondamentale per disidratare il pesce, eliminando l’acqua si elimina il terreno di coltura dei batteri e quindi si blocca il processo di degradazione dell’alimento.   Il salmone è affumicato per lo stesso motivo, prima salato per disidratarlo parzialmente, poi affumicato per disidratarlo ulteriormente, portandolo a una temperatura massima di 60 gradi per l’affumicatura a freddo e di 75 gradi centigradi per quella a caldo, così da denaturarne le proteine.
Bene! Del baccalà cosa ne facciamo?  Frittelle…e allora andiamo di olio in padella!   Mi raccomando che sia abbondante, in una pentola dalle sponde alte, e bisogna aggiungere poco baccalà per volta, così la temperatura rimane alta e la frittura più croccante.
Attenzione con la frittura può sorgere qualche problema!   Non bisogna mai usare lo stesso olio troppo a lungo e comunque quando inizia a inscurire o quando le “briciole”di frittura diventano scure meglio gettarlo in un apposito contenitore, per riciclarlo (e destinarlo magari alla produzione di biodiesel  …con la frittura energia sicura!), lavare la pentola e ricominciare il procedimento.   Questo perchè gli olii contengono esteri di acidi grassi a lunga catena, legati a una molecola di glicerina, che se la temperatura sale molto e supera il punto di fumo (la temperatura a cui l’olio inizia a fumare, degradandosi) perde alcune molecole d’acqua (si idrolizza) formando acroleina, una molecola tossica, che in presenza di sostanze azotate come le proteine genera acrilammide, un composto cancerogeno.   Ecco perchè bisogna obbligare le multinazionali del fast food a cambiare spesso gli olii di frittura.

Fra l’altro lo sapete chi è il maggior importatore di formaggio al mondo?  …Grazie per aver tentato, ma: no! Non è quello!…e sorprendentemente: no!   Non è uno Stato, ma una di queste multinazionali del fast food.
E cosa ci sta bene con il formaggio?   La mostarda di frutta!   Qua torniamo ai conservanti: lo zucchero, come il sale, crea un ambiente non adatto al proliferare dei microorganismi che degraderebbero l’alimento, quindi crea una barriera isolante. In questo caso si tratta di saccarosio, un disaccaride, è cioè formato da 2 zuccheri semplici: il glucosio, di cui abbiamo già parlato, e il fruttosio.   Molto spesso si trova scritto sulle etichette “zucchero invertito”, che altro non è che saccarosio, che in ambiente acido o grazie ad un enzima (l’invertasi), si è scisso nelle sue componenti di cui sopra ed è usato per evitare che si secchino troppo in fretta le torte per esempio,
avendo un’affinità per l’acqua maggiore del saccarosio e pare che sia più dolce del saccarosio stesso da cui è prodotto.

Che cosa beviamo a Natale se non spumanti e vini?   Questa sì che è una vera centrale chimica: ci potete trovare dentro: alcool etilico, glucosio, acido tartarico, acido malico, acido citrico, glicerina, acqua, acidi gallici – tannini, acido lattico, sino ad arrivare all’acido acetico (poco si spera!).   Questo per parlare solo delle principali sostanze chimiche, perchè potremmo ancora avere: pigmenti, tocoferoli, catechine, antiossidanti, come il trans-resveratrolo, e ancora l’anidride carbonica del perlage (le bollicine).   Poi si potrebbe discutere dell’invecchiamento in barrique, che fornisce al vino sentori di vaniglia…ma non è il massimo della raffinatezza, perchè si mettono in vendita sul mercato vini sempre più giovani, quindi più acidi del dovuto, che avranno sentori (fasulli) di invecchiamento che contrastano con le note acide tipiche di un vino giovane. La chimica sul vino può incidere in maniera sostanziale, già in botte, con la selezione del lievito che opera la fermentazione, che può indirizzare il vino in una direzione piuttosto che in un’altra a seconda dei sentori che gli si vuol dare.   Etico o no tutto questo è lecito, ma sarebbe interessante poter leggere in etichetta cosa c’è dentro ad una bottiglia di vino, basta pensare che in Unione Europea è l’unico prodotto alimentare che non ha in etichetta il suo contenuto, per capire quanto sia potente la lobby del vino.   Tutto per salvaguardare un’immagine di naturalezza, perchè è una bella visione pensare al vignaiolo nei campi, in mezzo ai grappoli neri, alle foglie rosse e gialle autunnali, mentre porta sulle spalle una gerla piena d’uva, più che ad un enologo nel suo laboratorio mentre dosa i lieviti.   Che poi venga considerato il vino un alimento o no, è un altro discorso.
Stiamo arrivando al dolce!  …Torroni: una vera e propria bomba calorica e una vera delizia per il palato, dove troviamo saccarosio, sciroppo di glucosio, zucchero invertito, miele, albume d’uovo (e quindi proteine), mandorle, nocciole (e quindi grassi) tutto amalgamato assieme per ore.

Ed infine il panettone ripieno!   Prendete un panettone, lo svuotate internamente, alla parte asportata, sminuzzata, aggiungete succo d’arancia e rum (quindi principalmente dell’acido ascorbico e dell’alcool etilico), cioccolato fondente (e quanto ci sarebbe da dire sui suoi 6 tipi di cristalli!), ciliegine candite (di solito con tanto bel colorante, E120, rosso cocciniglia, ebbene sì un’insetto!), mandorle, e 6 etti di panna montata (un altro grasso che forma una schiuma con l’aria per agitazione meccanica), mescolate delicatamente il tutto e inseritelo nuovamente nel panettone.
Ma come fa il panettone ad essere così alto?   All’inizio avevamo parlato di farine e qua torniamo a riparlarne, ricordate che abbiamo detto che esistono farine forti, con molte proteine, ebbene quelle per pandoro e panettone sono le più forti in assoluto, dovendo lievitare per 72 ore e devono potersi alzare e lievitare molto, quindi è necessaria un’elevata concentrazione di gliadine e glutenine, due proteine della farina che per azione meccanica dell’impastamento e in presenza di acqua formano del legami disolfuro, cioè zolfo – zolfo, e formano un agglomerato chiamato glutine (esatto il famoso glutine!) che non esiste in sé in natura, ma è dato da una lavorazione manuale dell’uomo.   La farina Manitoba, dal nome dell’omonimo stato canadese, è proprio una di queste farine forti, come in generale le farine di grano americano (nota a margine: spesso molti pensano che grano e
frumento siano due cereali diversi, in realtà sono lo stesso cereale, e questo è un altro degli ennesimi fraintendimenti verbali in alimentazione).   Nell’impasto del panettone troviamo anche mono e digliceridi degli acidi grassi, che servono a mantenere più a lungo la freschezza, un bel 15- 20% di burro, per cui su 1 chilo, 150-200 grammi sono burro…ricordatevelo!   Poi ancora uova, uvetta, canditi, lievito madre, se vi va bene, …una bella sfida di calorie tra panettone e pandoro, che ha più grassi, avendo anche il burro di cacao, ma non contiene uvetta e canditi.   Direi X, un bel pareggio.   Tanto chi guarda le calorie di questi due dopo aver mangiato tutto il resto?

Abbiamo accennato ai lieviti, ma esistono anche quelli in polvere che si usano solitamente in casa per fare prima: cosa sono?   Beh! Più chimica di così non si può: difosfato disodico E450, carbonato acido di sodio oppure ancora bicarbonato di sodio o di ammonio E503.

Dopo questo menù natalizio rivisitato dal punto di vista chimico, a chi verrebbe da pensare:”io non uso la chimica in cucina?”.   Quando si mangia si pensa sempre a qualcosa di elegiaco, di bucolico e di un ritorno alla natura, che poi è solo nella nostra mente e nel marketing di chi ci vuol vendere un prodotto.   Ci avete mai fatto caso che ci si lamenta sempre della poca innovazione, ma l’innovazione in cucina è sempre osteggiata? Il frigorifero ci hanno messo anni per essere accettato, ma ora non c’è cucina che non lo abbia, stessa sorte è toccata al microonde. Se ragionassimo come in passato le innovazione sarebbero viste, come si diceva: come delle cose“turche”, infatti il mais è diventato grano turco ed il tacchino in inglese è turkey  …solo perchè provenienti da lontano e fuori dal comune.
Il concetto di “naturale” è molto variabile e a volte è talmente “naturale” o ”normale” che non basta più e si cerca l’eccezionalità giornalistica, ed ecco che un cane della polizia scientifica, con straordinarie doti olfattive (un altro dono della chimica), diventa un cane molecolare, e sinceramente ogni volta che sento il termine mi viene da ridere.

A questo punto sono le 5 del mattino…  ho perso la notte a scrivere, domattina come da tradizione mia madre mi urlerà di tutto perchè non sono arrivato prima ad aiutarla a fare il panettone ripieno e a rassettare casa…  e sarà di nuovo Natale!

Ah, dimenticavo!  …poi sarà il turno dei digestivi  …citrato o bicarbonato o pasticca?   Sempre chimica è!

100 risposte a La chimica in cucina – di Emanuele Bargelli

  • jumpy scrive:

    ciao emma

    stasse ci siamo visti col gruppone del festival della scienza e ti stiamo votando a raffica!! ;)
    …e comunque non c’è paragone negli articoli!

    • emanuele bargelli scrive:

      ciao jumpy

      grazie mille, infatti non mi spiegavo la levitazione nella notte, io non sono riuscito a scendere, ho un mal di denti folle che mi ha bloccato. ma chi eravate?

  • Marco Armento scrive:

    Bravo Emanuele,
    come sempre pungente e innovativo. Complimenti!
    E il biglietto d’auguri di Natale con il Cavolo rimane uno dei tuoi capolavori!!!

    Marco Armento

  • pier ravera scrive:

    Mi hai fatto venire appetito.
    Ciao
    Pier

  • Meneghini Adriano scrive:

    Bravo , è un tema per me poco conosciuto, ma l’ho letto con molto interesse anche perchè si denota uno spiccato senso ecologista

  • Barbara Galletto scrive:

    Veramente interessante! Ho iniziato a leggere e sono arrivata in fondo in un attimo! Quello che hai scritto è chiaro e comprensibile, oltre che interessante, anche per chi, come me, conosce molto poco la materia. Complimenti!

  • sergio vaccaro scrive:

    un bel articolo e interessantissimo, fa scoprire i lati nascosti di quanto usiamo in cucina. Sinceramente leggendo tutto un po di turbamento resta: in tutti quei prodotti un po dubbi che comperiamo e con disinvoltura portiamo in tavola, cosa cavolo conterranno??
    Complimenti ancora
    Sergio Vaccaro

    • emanuele bargelli scrive:

      Grazie….è un discorso lungo e complicato…Contengono quello che il mercato chiede, le multinazionali vogliono vendere, e premono sull’ UE…ecco perchè molte leggi stupide come i truccioli nel vino e altro…ma la colpa è di chi compra e di chi non legge le etichette e non si informa principalmente.

  • lofer scrive:

    E’ diverso dagli altri. Sicuramente vincerai. Voterò per te. Bravo: semplicità, chiarezza, e un pizzico di solletico verso il lettore …..tale da suscitare l’interesse.
    Vai avanti così !
    Renzo

  • pier scrive:

    molto interessante, “intrigante e inquietante”, sinceramente cose a cui non avrei mai pensato
    complimenti
    aspetto i prossimi

    ciao piero

    • emanuele bargelli scrive:

      …di inquietante ho scritto molto poco! la parte inquietante la riserviamo per un’altra volta.
      grazie emma

  • amanda cellini scrive:

    Essendo appassionata di cucina ho trovato il tuo articolo davvero interessante. Penso di votarti quale migliore articolo del gruppo. Complimenti per la chiarezza, hai reso la materia piacevole e divertente. Magari ci provo. Continua così !!!
    Amanda

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