
“In un pianeta vivo, gli atomi non stanno mai fermi.
E non parliamo della vita di un pianeta nel senso dell’accoglienza da parte sua di forme di vita biologica, così come con “movimento” degli atomi non facciamo riferimento di certo alle oscillazioni di ciascun atomo intorno alla lunghezza media di legame, né ai moto roto-traslazionali delle molecole delle quali fanno parte.“
Questo l’incipit di un articolo che strizza l’occhio ad una concezione neo-classica dal sapore un po’ new-age di Terra come entità di per sé stessa vivente, al di là delle singole forme di vita che essa può di volta in volta (o meglio “di tempo in tempo”) ospitare; un articolo sicuramente trasversale che abbraccia geologia, ecologia, biologia e sicuramente chimica.
Scritto appositamente in occasione del tema del #19 Carnevale della Chimica (ospitato da Kendliky sull’omonimo blog il 23 luglio 2012), l’articolo si compone dei seguenti capitoli:
- Ipotesi provocatoria di estensione del significato di vita al di fuori del contesto biologico;
- Gli agenti delle trasformazioni nel contesto biogeochimico terrestre;
- Dove conducono le trasformazioni? Tendenze e criteri comuni delle reazioni e dei cicli biogeochimici sul nostro pianeta;
- Dalla concentrazione alla diffusione: il caso specifico dell’estrazione mineraria e dell’intervento dell’uomo nella ridistribuzione di elementi chimici critici.
“Il concetto di vita, associato alle condizioni di un pianeta, è qualcosa di sostanzialmente svincolato – si potrebbe quasi dire superiore – al fatto che essa includa entità biologiche come piante, animali o batteri: dall’antica concezione del nostro pianeta come Gaia – la madre terra vivente – alla più recente rivisitazione di Pandora di avatarica memoria, il concetto di vita per un pianeta è sempre stato associato ad una caratteristica fondamentale da esso condiviso con le forme biologiche: quella della tendenza all’omeostasi, tanto sul piano fisico quanto su quello chimico. Un’omeostasi che non dev’essere in alcun modo confusa con l’inazione e l’inerzia dei pianeti per così dire “spenti”, costituiti da rocce identiche a sé stesse da miliardi di anni, bensì con la dinamicità con la quale un organismo complesso – non importa se biologico o meno – reagisce alle variazioni che in esso avvengono, stemperandone gli effetti, smorzandone le punte episodiche, bilanciandone gli incipienti scompensi, qualora dovessero tendere a manifestarsi.“
L’articolo in versione completa è disponibile su: ”Dai cicli degli elementi all’ecochimica: quando è il pianeta stesso a vivere”



